LUCIO BLASIG
Non custodire ma curare
Lavorare con Basaglia è stata un’esperienza non bella, bellissima
Lucio Blasig è stato una figura operativa cruciale nella rivoluzione psichiatrica italiana, lavorando a stretto contatto con Franco Basaglia. Diventa infermiere per puro caso nel 1964. Appassionato di atletica e corridore, viene inviato dal suo allenatore a un colloquio con l’allora direttore dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, che cercava una persona per far svolgere attività motoria ai ricoverati. Viene assunto nel giro di una settimana, dando inizio a un lungo cammino.
L’impatto con il manicomio prima delle riforme basagliane è drammatico: Blasig si ritrova davanti a pazienti costretti a vivere in condizioni disumane. Il suo lavoro mira a restituire loro mobilità e autonomia, coinvolgendoli in passeggiate e partite a palla per promuovere le relazioni interpersonali. Questa graduale conquista di libertà porta i malati prima a uscire dalla struttura per prendere un caffè al bar, e successivamente a gestirne uno autonomamente all’interno dell’ospedale, trasformando il manicomio in un vero e proprio “paese” in cui ritrovare una quotidianità.
La sintonia con il padre della Legge 180 è totale e si fonda sul nuovo paradigma clinico riassunto nel “non custodire ma curare”. Di lui, Blasig offre un ricordo commosso, evidenziandone la dedizione assoluta verso gli ultimi:
«Basaglia purtroppo non ha avuto quello che si meritava perché era una persona squisita, aveva in testa solo il manicomio lui. Solo l’ospedale, solo il fare del bene per queste persone. Era una persona squisita».
Dopo gli anni di Gorizia, un periodo definito da Blasig stesso come «un’esperienza non bella, bellissima», il suo impegno prosegue a Grado come Responsabile del Centro di Salute Mentale. Qui sposta l’azione sul territorio, supportando concretamente non solo il paziente ma coinvolgendo le famiglie come elemento chiave per il reinserimento sociale. Grazie al suo costante lavoro di mediazione ed empatia, moltissimi pazienti riescono a tornare a casa e, in alcuni casi, a trovare un’occupazione.
La storia di Blasig è la dimostrazione pratica di come la fiducia e la presenza umana possano permettere a chi soffre di condurre “una vita normale”, con la consapevolezza che la cura passa anche attraverso il reinserimento nella comunità.
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